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Luigi Ghirri e l’arte di guardare

27 Agosto 2026

Luigi Ghirri e l’arte di guardare

L’abbiamo già intuito mentre ci inoltravamo nell’Emilia metafisica di Aldo Rossi e Gae Aulenti: ci sono immagini che raccontano un luogo, e altre che cambiano il modo di guardarlo. Il lavoro di Luigi Ghirri appartiene alla seconda categoria. L’Italia su cui il fotografo emiliano ha rivolto l’obiettivo dagli anni ‘70, infatti, è un'Italia lontana dall'eccezionalità dei monumenti, dal linguaggio della cartolina. Ha fotografato strade di provincia, insegne, giardini, cancelli, finestre, spiagge fuori stagione, margini urbani. Luoghi comuni, nel senso più letterale del termine, che attraverso il suo sguardo hanno rivelato una complessità fino ad allora quasi invisibile. Atmosfere sospese, metafisiche e al contempo fisicissime, diventate marchio di fabbrica. Rarissime le persone, a meno che non siano le protagoniste di un ritratto: più probabile che siano disegnate su qualche superficie, o che le eventuali forme di vita siano piante e animali.

È proprio quell’Emilia capace di riscrivere i ritmi dell’esistere, quella che Ghirri si porta dentro, lui nato a Scandiano nel 1943, lui geometra agli inizi. Alla fotografia si avvicina con gli anni Settanta: in pochi anni prende forma un linguaggio immediatamente riconoscibile. Lavora quasi esclusivamente a colori in un contesto che ancora privilegia il bianco e nero come gesto autoriale, racconta paesaggi in trasformazione invitando a osservare più in profondo, a riconoscere relazioni, dettagli che normalmente attraversiamo senza vedere.

E il paesaggio, in questo suo senso ampio, fatto di elementi più e meno visibili, occupa il centro della sua ricerca. È il risultato del dialogo continuo tra storia, architettura, infrastrutture, presenza umana, qualcosa che solo nel tempo si può costruire, e che oggi ha un’unicità ancora più forte, in un momento in cui il viaggio sembra spesso ridursi alla ricerca di immagini già viste. Nel Viaggio in Italia, il progetto editoriale del 1984 curato insieme a Gianni Leone ed Enzo Velati, coinvolgendo alcuni tra i più importanti fotografi italiani, Ghirri proporrà un racconto del Paese fatto di paesaggi estremamente quotidiani. Il volume segna una svolta culturale: non suggerisce semplicemente dove guardare, ma insegna un diverso modo di attraversare i luoghi.

Questo comunicare per immagini apparentemente prive di persone potrà esistere in realtà, nella storia di Ghirri, solo grazie a un incessante e enorme scambio con le persone, con figure centrali della cultura italiana e internazionale, con Gianni Celati e Antonio Tabucchi come con Lucio Dalla e i CCCP (firma i loro ritratti più rivelatori e la cover del loro ultimo album), e soprattutto con architetti, primo tra tutti Aldo Rossi, colui che tanto lo spingerà a rivolgere il suo sguardo al paesaggio. E con l’architettura Ghirri saprà costruire quello stesso confronto che nasce dallo stare in ascolto del contesto, nella capacità di evocare il contesto anche quando è fuori dai margini della fotografia: che siano gli oggetti allestiti in Triennale o un hortus conclusus avvolto di piante in chissà quale luogo, la loro visione, come ha scritto Giorgio Panattoni, “anticipa il momento del nostro stesso vederle, come se non fosse mai stato un primo momento che ce le abbia fatte incontrare, ma come le avessimo già attese, come fossero già state lì per noi, per farci presente il modo in cui già guardiamo il mondo”.

A cura di Domus - © Editoriale Domus S.p.A.

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