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Dove la meraviglia mette radici

18 Giugno 2026

Dove la meraviglia mette radici

Sacro Bosco di Bomarzo: l’Orco

Ci sono due luoghi, nel cuore dell’Italia, dove collidono l’arte, la natura, l’architettura, e soprattutto una condizione da scegliere, da abbracciare: l’abbandonarsi a qualcosa di inspiegabile e semplicemente meraviglioso. Il Sacro Bosco di Bomarzo e il Giardino dei Tarocchi di Capalbio sono luoghi concepiti per disorientare con grazia, per mescolare registri lontani fino a renderli inseparabili. Figli l’uno dell’altro ma soprattutto figli del loro tempo, incrociano le storie personali e la storia di mondi lontanissimi, l’ordine degli astri e quello di piccole foreste nascoste.

Sacro Bosco di Bomarzo: la tartaruga

A Bomarzo, vicino a Viterbo, è un architetto appassionato di antiquariato come Pirro Ligorio a concepire a metà ‘500 un luogo senza precedenti, per Pier Francesco Orsini. Un bosco della Tuscia diventa qualcosa che non ha ancora un nome: non è un giardino all'italiana, non è più Rinascimento. Siamo in un Manierismo che evoca, mescola, contamina, e di colpo stupisce: siamo quasi nel Barocco. Creature mitiche scolpite nel peperino, iscrizioni enigmatiche, architetture che sfidano la gravità. La bocca dell’Orco, il volto del Bosco, inghiotte dentro una stanza dove niente è verticale e dove ogni voce risuona in un’eco sempre più surreale. La Casa Pendente sovverte ogni logica, inclinata in appoggio su un masso e coi pavimenti dagli angoli bizzarri, una Vittoria sta in piedi sul guscio di una tartaruga, lo stesso fa una torretta sul dorso di un elefante. Ninfe, Gorgoni, Proserpine, Proteo col mondo sulla testa: tra gli alberi, i muschi che pervadono il bosco, le sculture suggeriscono quello che poi sentiamo dire all’Orco, “Ogni pensiero vola”. Anche Salvador Dalí cadrà sotto il suo fascino, e non sarà l’unico artista coinvolto in questa storia.

Giardino dei Tarocchi di Niki de Saint Phalle a Capalbio: il Mago, la Papessa, la Ruota della Fortuna.

di DustyLosAngeles - Opera propria, CC BY-SA 4.0

Il Giardino dei Tarocchi infatti è figlio di Bomarzo, anche se arriva quattro secoli dopo, perché è scoprendo il Sacro Bosco, dopo una prima folgorazione al Parc Güell di Gaudí a Barcellona, che l’artista francese Niki de Saint Phalle rompe gli indugi e dà forma al suo progetto di un giardino nel cuore della natura maremmana: comincia nel 1979, aprirà nel 1998, è un progetto talmente radicato nella sua anima che le opere incompiute alla sua morte non verranno completate. Rappresenta i 22 arcani maggiori dei tarocchi, archetipi che attraversano il tempo dalle cattedrali ai tavolini di cartomanzia; sono sculture alte fino a 15 metri, scintillanti, surreali, abitabili, strutture di acciaio e cemento rivestite di ceramiche, vetri, specchi. Esoterismo, folklore, sogno e soprattutto tante diverse dimensioni e storie si incrociano in quegli anni a Capalbio: Saint Phalle che vive nel parco mentre lo realizza, col marito Jean Tinguely autore di alcune opere, artisti che contribuiranno alle sculture, l’architetto Mario Botta che disegna il padiglione d’ingresso. Qui le visite guidate non sono consentite: ognun deve lasciarsi percorrere dalla sua percezione. D’altronde, come ancora una volta leggiamo a Bomarzo, “Animus quiescendo fit prudentior ergo”: l’animo, tacendo, si fa più assennato.

A cura di Domus - © Editoriale Domus S.p.A.

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