Il Giardino dei Tarocchi infatti è figlio di Bomarzo, anche se arriva quattro secoli dopo, perché è scoprendo il Sacro Bosco, dopo una prima folgorazione al Parc Güell di Gaudí a Barcellona, che l’artista francese Niki de Saint Phalle rompe gli indugi e dà forma al suo progetto di un giardino nel cuore della natura maremmana: comincia nel 1979, aprirà nel 1998, è un progetto talmente radicato nella sua anima che le opere incompiute alla sua morte non verranno completate. Rappresenta i 22 arcani maggiori dei tarocchi, archetipi che attraversano il tempo dalle cattedrali ai tavolini di cartomanzia; sono sculture alte fino a 15 metri, scintillanti, surreali, abitabili, strutture di acciaio e cemento rivestite di ceramiche, vetri, specchi. Esoterismo, folklore, sogno e soprattutto tante diverse dimensioni e storie si incrociano in quegli anni a Capalbio: Saint Phalle che vive nel parco mentre lo realizza, col marito Jean Tinguely autore di alcune opere, artisti che contribuiranno alle sculture, l’architetto Mario Botta che disegna il padiglione d’ingresso. Qui le visite guidate non sono consentite: ognun deve lasciarsi percorrere dalla sua percezione. D’altronde, come ancora una volta leggiamo a Bomarzo, “Animus quiescendo fit prudentior ergo”: l’animo, tacendo, si fa più assennato.