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ISSIMO X Le Donne del Vino: Ilaria Cocco

29 Gennaio 2026

ISSIMO X Le Donne del Vino: Ilaria Cocco

Ascoltando il territorio di Montefalco, una bottiglia alla volta

Ci sono viticoltori che ricevono un’eredità, e altri che scelgono di crearne una, costruendola pazientemente dalle fondamenta. Ilaria Cocco fa decisamente parte del secondo gruppo. Dopo anni trascorsi all’estero, è rientrata nella natia Montefalco con un desiderio chiaro: raccontare la storia del suo territorio attraverso vini onesti e profondamente personali.

La sua cantina è piccola, fieramente indipendente e legata a ricordi di famiglia, da quando, bambina, aiutava il nonno a imbottigliare il vino, fino alla decisione maturata nel 2007 di avviare il proprio progetto quasi da zero. Oggi Ilaria lavora esclusivamente con varietà autoctone, creando vini che privilegiano l’autenticità. In una regione nota per la potenza delle sue espressioni, si distingue per un approccio piacevolmente sobrio, guidato da un profondo rispetto per il vigneto.

Abbiamo parlato con Ilaria di ritorno alle radici, del lavorare al di fuori degli schemi, dell’essere donna in un mondo ancora tradizionalmente maschile e del perché certi vini si facciano non per profitto, ma per amore.

Com’è iniziato il tuo percorso nel mondo del vino, e cosa ti ha riportata a Montefalco dopo avere vissuto all’estero?

Sono cresciuta in una famiglia in cui il vino era parte della vita quotidiana. I miei nonni facevano il vino in casa, e già da bambina aiutavo a imbottigliarlo e a sigillare le bottiglie con la cera. Quei ricordi mi sono rimasti impressi, anche se poi non ho studiato enologia o agronomia.

Negli anni in cui ho vissuto a Londra, lavoravo organizzando eventi in cui aziende italiane presentavano i loro prodotti e raccontavano le loro storie. E a un certo punto ho capito di voler passare dall’altra parte, raccontando la storia del mio territorio di origine. Così nel 2007, quasi d’impulso, ho lasciato il mio lavoro e sono tornata a Montefalco per provarci. Un bel salto, che però sentivo di dover fare.

La tua cantina è piccola e profondamente a conduzione familiare. Quali valori ispirano il tuo lavoro quotidiano in vigna e in cantina?

Prima di tutto l’autenticità. Voglio che i miei vini esprimano il territorio e il vitigno senza inutili stratificazioni. Montefalco è spesso associata a vini molto concentrati e potenti, ma il mio istinto tende da sempre ad alleggerire le cose, a semplificarle. Con il tempo ho sviluppato il mio gusto e la mia interpretazione, concentrandomi meno sul legno e più sull’essenza delle uve. E ogni annata è un tentativo di affinare questa visione e di rimanerle fedele.

Tu lavori esclusivamente con vitigni autoctoni. Perché lo trovi così importante?

Perché appartengono a questi luoghi. Utilizzare uve autoctone mi permette di raccontare la storia di questo territorio in modo più onesto. Per questo lavoro con delicatezza, con estrazioni morbide e interventi minimi, in modo da lasciar parlare sia l’uva che il suolo. Anche vigneti vicini tra loro possono produrre vini molto diversi, e questa diversità è parte della loro bellezza.

“Voglio che i miei vini esprimano il territorio e il vitigno senza inutili stratificazioni. Montefalco è spesso associata a vini molto concentrati e potenti, ma il mio istinto tende da sempre ad alleggerire le cose, a semplificarle”

Come donna produttrice di vino, hai affrontato delle sfide particolari lungo il tuo percorso?

Sì, soprattutto all’inizio. Non venivo da un’azienda familiare conosciuta, e proponevo uno stile che non rientrava necessariamente negli schemi usuali. C’era un certo scetticismo.

In più è ancora abbastanza un mondo a prevalenza maschile, ma ho perseverato perché questa era la mia strada. E senza fare proclami sull’essere donna, ho preferito lasciare che questa prospettiva emergesse in modo naturale, perfino sottile, attraverso i miei vini e la loro presentazione.

Che consiglio daresti ad altre giovani donne che volessero intraprendere una carriera nel mondo del vino?

Una passione autentica è l’aspetto più importante. Questo è un lavoro impegnativo, che non si fa solo per la visibilità o il successo. Si fa perché si sente un legame con la terra e si vuole creare qualcosa di vivo, qualcosa che duri nel tempo. Le difficoltà ci sono per tutti, ma è la perseveranza a fare la differenza. E alla fine, i risultati parlano più di ogni altra cosa.

C’è un vino che consideri particolarmente rappresentativo del tuo lavoro?

Il Sagrantino Passito, senza dubbio. È il vino che facevo con mio nonno e il motivo per cui ho iniziato questo viaggio. È un vino profondamente legato alla storia di Montefalco. Non è facile da vendere e nemmeno da produrre, e di certo non è il più redditizio, ma racchiude memoria, tradizione e identità. Senza di esso non credo si possa raccontare appieno la storia di questo luogo.

Guardando al futuro, cosa speri per il futuro della tua cantina?

Il mio sogno più grande è poter vivere esclusivamente della mia cantina e potervi trascorrere più tempo, accogliendo ospiti, organizzando degustazioni e condividendo in prima persona la vita della vigna e della cantina. Perché il vino è diverso quando lo vivi nel luogo in cui è stato prodotto. E poter comunicare direttamente il mio progetto, avvicinare le persone a questa terra e ai suoi vini, è quello che spero di costruire, passo dopo passo.

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