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La tessitrice di sogni di Venezia

26 Febbraio 2026

La tessitrice di sogni di Venezia

La grande creativa Antonia Sautter ci parla dello spettacolo più magico del Carnevale di Venezia

Ad ogni Carnevale, per una sola notte un palazzo veneziano si trasforma in qualcosa tra un visionario sogno barocco e un’opera lirica vivente. Figure mascherate si aggirano sotto soffitti affrescati. Abiti di seta sfiorano pavimenti illuminati da candele. Elaborati centrotavola si librano su tavole ammantate di tovaglie ricamate a mano. La musica cresce, entrano in scena gli acrobati, e ballerini volteggiano su un palco allestito come un dipinto rinascimentale.

Ecco cos’è il Ballo del Doge, unanimemente considerato l’evento più sfarzoso e immaginifico del Carnevale veneziano. Istituito negli anni ’90 da Antonia Sautter, il Ballo si è evoluto da audace esperimento artistico a fenomeno culturale internazionale, in grado di richiamare artisti, attori, collezionisti ed esteti da tutto il mondo. Ogni edizione si svolge come un nuovo racconto, inscenato in modo meticoloso e rigorosamente artigianale, in cui gli ospiti non sono semplici spettatori ma protagonisti all’interno di un tableau vivant in continua evoluzione.

Quest’anno più di 400 ospiti, tra cui Anish Kapoor ed Emma Thompson, sono entrati a far parte del paesaggio onirico di Sautter, fatto di cuori sacri, riferimenti botticelliani e Cupidi hippie-barocchi. Lo spettacolo è durato otto ore. La sua preparazione, ovviamente, un anno intero.

Per farci raccontare tutto, abbiamo parlato con Antonia Sautter pochi giorni dopo il Ballo di quest’anno. La sua voce era ancora leggermente roca dopo i tripudi della notte. La stanchezza era ancora percepibile. Ma anche la magia.

Da bambina in costume in Piazza San Marco ad artefice della serata più iconica del Carnevale, Antonia Sautter ha trasformato la fantasia in patrimonio culturale dai dettagli cuciti a mano uno alla volta.

Il tuo universo creativo è profondamente radicato nell’immaginazione. Com’è iniziato tutto?

È iniziato durante l’infanzia. Non per strategia e neanche per ambizione, ma come qualcosa che si è sviluppato in modo naturale, rivelandosi un po’ come in una favola, passo dopo passo.

Venezia era il mio teatro. E Piazza San Marco il mio palcoscenico. Mi sono innamorata molto precocemente della città e ho avuto una madre straordinariamente creativa: visionaria, giocosa, dalle mani d’oro. Lei aveva capito che il Carnevale non era solo una festa, ma un modo per imparare, per esplorare identità.

Già a quattro o cinque anni di età immaginavo chi sarei voluta diventare nel febbraio successivo. Così nel corso degli anni sono stata Maria Antonietta, Mata Hari, regine di secoli diversi, ballerine, e persino personaggi maschili, come D’Artagnan. Quando indossavo un costume non era solo un travestimento, ma cercavo di entrare in quella persona, di capirne il carattere, l’epoca, la psicologia.

Era un grande gioco di trasformazione, certamente. Ma anche un viaggio nella storia, nella geografia, nel tempo. Come Orlando di Virginia Woolf, mi muovevo tra identità. Quella libertà, e l’avere una madre convinta che l’immaginazione fosse una forma di conoscenza, ha determinato tutto ciò che sono oggi.

Quando hai capito che Carnevale potesse diventare qualcosa di ambizioso come Il Ballo del Doge?

È successo in modo inaspettato.

Dopo aver lavorato nella moda e aver trascorso un periodo all’estero, sono tornata a Venezia dove ho aperto una minuscola boutique, praticamente un coriandolo di negozio. Era un’impresa rischiosa. Per realizzarla ho ipotecato il piccolo appartamento che mi aveva lasciato mia madre. E poi ho riempito questo posto di corsetti, copricapi, reinterpretazioni della tradizione veneziana, tutto ciò che fossi in grado di creare.

Un giorno entrò Terry Jones dei Monty Python. Stava lavorando a un programma culturale della BBC sulla Quarta Crociata e mi chiese aiuto per trovare collaboratori a Venezia. Quando ho iniziato a fargli domande sul progetto, in me si è acceso qualcosa. Quella notte non ho dormito. Capii che volevo realizzare io il progetto, non solo fare da assistente.

Non avevo mai lavorato professionalmente per il teatro o il cinema. Ma li ho convinti a fidarsi di me. Abbiamo trasformato un palazzo sul Canal Grande in un banchetto metaforico. Ho trasformato miei amici in crociati. Reimmaginato gondole come navi dirette a Costantinopoli. E scalinate come mura di fortezze. Era come se l’intera città fosse complice di quest’illusione.

All’alba, al termine delle riprese, il regista mi guardò e disse: “Questo è il Ballo del Doge”.

E quel momento cambiò ogni cosa.

Oggi il Ballo è un’istituzione internazionale. Come riesci a preservarne l’essenza pur reinventandolo ogni anno?

Di fondo sono un inguaribile sognatrice. Perciò mi approccio al Ballo come a un sogno: un sogno condiviso.

Sì, è tecnicamente complesso. E sì, è finanziariamente impegnativo. Ma non lo concepisco mai come un prodotto commerciale, ma piuttosto come un’opera corale, un atto collettivo di creazione per tutte le persone che vi prendono parte, dai miei collaboratori (oltre 50, che lavorano con me tutto l’anno) ai miei ospiti, che non sono solo semplici spettatori ma veri e propri protagonisti. Senza di loro la storia non potrebbe esistere.

Il tema cambia ogni anno. Quest’anno siamo partiti dalla nascita di Venere: un’esplosione di amore, cuori sacri, Cupidi e una specie di armonia universale. In un mondo fragile, ho sentito il bisogno di partire dall’amore.

Il giorno dopo il Ballo, riunisco la mia squadra e ricominciamo da capo. All’inizio è solo uno schizzo in bianco e nero nella mia mente. Ma passo dopo passo acquista colore. Diventa stratificato. E prende vita.

“La perfezione non esiste. Ma esiste la cura. E la cura di ogni dettaglio, dai ricami alle stoviglie, crea bellezza. Nel Ballo nulla è generico. Nulla è lasciato al caso.”

L’artigianato è centrale per il tuo mondo. Perché lo consideri così non negoziabile?

Perché è l’anima stessa del Ballo.

Nessun elemento essenziale viene esternalizzato. I costumi, le scenografie, tovaglie e tovaglioli, gli inviti in velluto stampato, tutto viene creato all’interno del nostro atelier. Solo quest’anno abbiamo prodotto più di 200 costumi.

Se esternalizzassi questo lavoro finirei per compromettere la mia visione. Invece lo realizziamo dall’interno. Abbiamo sarte di straordinaria sapienza artigianale, capaci di punti perfetti e ricami impeccabili, e artigiani più giovani che portano nuove tecniche e idee. Perché la tradizione va tramandata, ma deve anche evolversi.

La perfezione non esiste. Ma esiste la cura. E la cura di ogni dettaglio, dai ricami alle stoviglie, crea bellezza. Nel Ballo nulla è generico. Nulla è lasciato al caso.

Il Ballo è un’esperienza immersiva: teatro, moda, gastronomia, tecnologia che si fondono in un’unica realtà. Quanto è importante l’aspetto narrativo?

È tutto.

Il Ballo non è semplicemente uno spettacolo, è un racconto che viene attraversato. Dietro, ovviamente, c’è un lavoro immenso. Alla vigilia del Ballo di quest’anno ho cucito fino alle quattro del mattino. E alle dieci ero già alle prove. Ci sono anche momenti di frustrazione, quando qualcosa non corrisponde esattamente alla nostra visione.

Ma quando finalmente si aprono le porte e vedo lo stupore negli occhi dei miei ospiti, tutto il resto scompare. È questa la magia.

Quest’anno abbiamo invitato gli ospiti a baciarsi sotto cornici a forma di cuore sacro ispirate a capolavori di maestri come Hayez e Klimt. I loro baci sono stati fotografati e trasformati in tempo reale, con l’intelligenza artificiale, in composizioni pittoriche proiettate su maxischermi. E così, per quelle ore, gli ospiti non sono più stati semplici partecipanti: sono diventati arte.

Ognuno di loro ha vissuto nella storia che veniva narrata.

Con figure come Anish Kapoor tra i tuoi ospiti, in che modo l’arte contemporanea dialoga con la tradizione veneziana?

Venezia è sempre stata un crocevia. Per tutta la sua storia, la Serenissima ha assorbito influenze e le ha reinterpretate. Qui il dialogo tra passato e presente è naturale.

E il Ballo crea uno spazio in cui visioni contemporanee e tradizioni secolari coesistono senza conflitti. Il passato non è un pezzo da museo. È una lingua viva.

Ogni anno lo reinterpretiamo attraverso nuove forme, nuove tecnologie, nuove sensibilità. È così che si mantiene viva la tradizione.

E per quanto riguarda il futuro?

Il Ballo continuerà ad evolversi. I temi cambieranno. La tecnologia si evolverà. I colori si trasformeranno. Ma l’essenza – artigianalità, bellezza, immaginazione – rimarrà.

Finché ci saranno artigiani che vorranno creare, collaboratori che vorranno costruire e ospiti che vorranno crederci, il sogno continuerà. Per me non è una questione di strategia. Ma di devozione. Venezia non si limita solo a conservare il suo passato. Ma lo sogna anche per il futuro. Ed è questo che il Ballo del Doge cerca di fare: anno dopo anno, maschera dopo maschera, ricamo dopo ricamo.

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