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Biennale di Venezia 2026: perché tutti iniziano sempre dal Padiglione Italia

21 Maggio 2026

Biennale di Venezia 2026: perché tutti iniziano sempre dal Padiglione Italia

Al più importante evento d’arte del mondo, il Padiglione Italia rimane il luogo in cui il Paese cerca di spiegare se stesso

Ogni due anni, Venezia diventa temporaneamente impossibile (e per questo ancora più affascinante). Impossibile attraversarla, impossibile trovare posto, impossibile uscire una volta arrivati. Ma perché? Semplicemente per la Biennale di Venezia.

Questo mastodontico evento artistico è da sempre una via di mezzo fra pellegrinaggio, maratona sociale ed ebbrezza architettonica, con collezionisti, curatori, studenti e persone estremamente ben vestite che attraversano a passo svelto i Giardini stringendo tra le mani cappuccini al latte d’avena e opinioni a profusione.

In tutto questo trambusto, però, c’è sempre una tappa che ha un valore particolare per gli italiani: il Padiglione Italia.

E per una ragione ben precisa. Il Padiglione Italia tende a evitare la spettacolarizzazione fine a se stessa, rappresentando invece qualcosa di molto più interessante: un’istantanea di come l’Italia vede culturalmente se stessa in uno specifico momento.

Un intento che quest’anno sembra particolarmente in linea con l’atmosfera della stessa Biennale di Venezia 2026.<7p>

Un’Italia più lieve

Per la 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, la curatrice Cecilia Canziani ha scelto per il Padiglione Italia l’artista Chiara Camoni con un progetto intitolato Con te con tutto.

Già il solo titolo ne evoca le atmosfere. Con te con tutto non è tanto una dichiarazione curatoriale quanto una mano aperta.

L'instazione CON TE CON TUTTO, Chiara Camoni e Cecilia Canziani. Ph Camilla Maria Santini

Camoni, che vive e lavora in Toscana, ha strutturato tanta della sua pratica artistica intorno alla collaborazione, al rituale e al fare collettivo. Le sue opere integrano spesso ceramica, materiali naturali, disegno e scultura, ma quel che conta più di ogni altra cosa è il processo retrostante. Famiglie, amici, bambini, vicini di casa e artigiani diventano regolarmente parte delle opere stesse.

Ed è questo senso di comunità che appare centrale nel padiglione di quest’anno. Secondo il Ministero italiano della Cultura, la mostra è concepita come “una chiamata a raccolta”, che esplora diversi modi di abitare il mondo attraverso l’incontro, la contemplazione e l’esperienza condivisa.

Dopo anni in cui il mondo dell’arte sembrava dominato dal massimalismo, dall’iperproduzione e da installazioni sempre più teatrali, la Biennale 2026 sembra orientarsi verso qualcosa di più quieto.

La mostra generale quest’anno ha un peso particolare. Intitolata In Minor Keys, è stata concepita da Koyo Kouoh, la curatrice camerunense scomparsa nel maggio 2025 prima di poterla vedere realizzata, e completata postuma, dalla sua équipe e con il sostegno della famiglia, esattamente come l’aveva progettata. Ma più che la moderazione contemplativa che il titolo potrebbe suggerire, propone qualcosa di più ampio: una radicale riconnessione con la vita emotiva e sensoriale dell’arte, concepita come una partitura collettiva, nello spirito del jazz, ossia improvvisata e deliberatamente resistente al ritmo accelerato della vita contemporanea.

Uno spirito in cui il lavoro di Camoni si inserisce con grande naturalezza. Ben poco, qui, fa pensare a Instagram. Il che, a Venezia, appare pressoché radicale.

Un padiglione chiave

L'instazione CON TE CON TUTTO, Chiara Camoni e Cecilia Canziani. Ph Camilla Maria Santini

Il Padiglione Italia occupa una posizione curiosa nell’ecosistema della Biennale.

A differenza dei padiglioni nazionali più piccoli, che spesso beneficiano di un’identità ben definita, l’Italia ha il compito un po’ più arduo di rappresentare un Paese che già domina gran parte del linguaggio visivo della Biennale. L’architettura, il design, il cinema e l’artigianato italiano sono efficacemente incarnati già da Venezia stessa.

La domanda diventa allora: qual è la versione dell’Italia che il padiglione sceglie di presentare?

Molti padiglioni del passato hanno prodotto momenti ed effetti protrattisi ben oltre il ciclo dell’Esposizione. Nel 2013, l'opera “Vice Versa” di Bartolomeo Pietromarchi strutturò la mostra intorno a sette binomi concettuali (corpo/storia, suono/silenzio, familiare/estraneo) ispirate al pensiero del filosofo Giorgio Agamben sull'identità culturale italiana.

Nel 2015, la grande mostra internazionale All the World’s Futures di Okwui Enwezor trasformò l’intera atmosfera della Biennale con una visione politicamente impegnata e di ampio respiro storico che influenza ancora oggi mostre contemporanee, mentre il Padiglione Italia, curato separatamente da Vincenzo Trione, assumeva un registro completamente diverso.

Più di recente, nel 2022, la mostra Storia della Notte e Destino delle Comete di Gian Maria Tosatti, curata da Eugenio Viola e prima occasione in cui l’Italia veniva rappresentata da un unico artista, trasformò il Padiglione Italia in un’inquietante riflessione su industria, lavoro e collasso. I visitatori si muovevano attraverso cupi spazi industriali che davano l’impressione di non essere una mostra, ma di penetrare nel subconscio del Paese stesso.

Questo è uno dei motivi per cui le aspettative intorno al Padiglione Italia sono sempre particolarmente alte. Più che una delle tante tappe sulla mappa della Biennale, è spesso è considerato come una cartina al tornasole della cultura italiana contemporanea in generale.<7p>

La Biennale oltre i Giardini

Naturalmente, il vero segreto per visitare Venezia durante la settimana della Biennale è rendersi conto del fatto che raramente le cose più belle avvengono solo nell’ambito della mostra ufficiale.

Perché la Biennale di Venezia è, in ultima analisi, un fenomeno che coinvolge l’intera città.

Si può così trascorrere la mattinata a discutere di scultura contemporanea all’Arsenale, per poi finire per sbaglio in un palazzo del Cinquecento a bere vini naturali mentre qualcuno spiega installazioni sonore con allarmante intensità.

È questa la strana magia della Biennale. Anche nei momenti più travolgenti, lascia spazio a piccoli momenti: la luce del pomeriggio che colpisce la laguna fuori dall’Arsenale, un espresso perfetto tra una mostra e l’altra, il silenzio di una chiesa quasi vuota che ospita un’installazione video che nessuno ha ancora scoperto.

Il che spiega forse perché quest’anno il Padiglione Italia sembri assumere una rilevanza particolare.

Il progetto di Camoni appare meno interessato a dominare l’attenzione, quanto piuttosto a ricalibrarla. Non punta tanto su dichiarazioni roboanti, quanto su vicinanza e spazio condiviso. In un contesto della Biennale sempre più definito dal rumore, questo approccio più lieve potrebbe finire per essere l’elemento più ricordato dal pubblico.

Il che, a ben pensarci, appare decisamente italiano.

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