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Nanda Vigo, la luce è tutto

22 Ottobre 2026

Nanda Vigo (1936-2020), milanese di nascita, si laurea in architettura a Losanna e, dopo una breve esperienza negli U.S.A. da Frank Lloyd Wright, di cui ammirava la Casa sulla cascata ma non l’atteggiamento nei confronti dei giovani, rientra a Milano nel 1959 e apre il suo studio. Nello stesso anno Piero Manzoni, insieme a Enrico Castellani, aveva aperto la galleria Azimut che ben presto era diventata un punto di riferimento per le avanguardie.

Frequenta soprattutto gli artisti che si incontrano al bar Jamaica, accanto all’Accademia di Brera, dove “passano tutti”: fotografi, architetti, designer ma anche scrittori, intellettuali, attori e i volti nuovi della televisione. Ed è proprio al Jamaica, nel 1960, che vedendo Piero Manzoni – come ha detto, ormai anziana, in un’intervista del 2018 – “Ci siamo guardati negli occhi ed eravamo insieme”. Una storia un po’ triste questa e travagliata: Manzoni è un artista radicale e innovatore che mal sopporta che Vigo faccia l’artista a sua volta. Litigano, ma lei non si lascia dissuadere; la loro storia finisce nel febbraio 1963, quando Piero muore d’infarto appena trentenne.

Nanda Vigo, Ambiente cronotopico vivibile allestito alla Galleria Apollinaire di Milano, cubo luminoso con pavimento e soffitto riflettenti. (Domus 451, 1967)

Ma è soprattutto nell’incontro con Lucio Fontana, l’artista che ha cambiato la pittura nel dopoguerra, non solo in Italia, che trova la sua strada. Lo ammirava già dai tempi del Manifiesto Blanco del 1946, dichiarazione d’intenti che mette a fuoco i nuovi elementi della ricerca artistica, tempo e spazio, a cui segue lo Spazialismo nel 1949, il movimento con cui Fontana porta l’arte oltre i limiti della tela. Così lo va a trovare in studio e diventa la sua assistente per un periodo e, data la sua formazione di architetta, lavora per lui soprattutto alle installazioni.

Nanda Vigo lavora intensamente e viaggia molto in quegli anni, ed è così che conosce il Gruppo ZERO, fondato in Germania nel 1957 da Heinz Mack e Otto Piene, un movimento europeo che lavora su luce, movimento e materiali industriali, e vi aderisce. Ha detto che tutti, intendendo gli artisti suoi coetanei, all’epoca erano poveri ma si muovevano molto. L’adesione a ZERO si traduce in architettura nella ZERO House a Milano, un appartamento concepito come ambiente sperimentale tra luce, specchi e materiali industriali, che conclude nel 1962, e nelle opere d’arte che espone in mostre collettive in tutta Europa. Nel 1965 organizza una mostra nello studio di Fontana con una trentina di artisti del Gruppo ZERO, che mette Milano in relazione con le avanguardie europee.

Ritratto di Nanda Vigo di Ugo Mulas. Nell’articolo Ettore Sottsass parla della ZERO House, scrive che pur detestando in generale il bianco, in questo caso lo trova speciale, rarefatto, quasi assoluto. (Domus 432, 1965)

ZERO House, veduta della zona conversazione con divani in pelle bianca e pavimento in moquette bianca, sulla parete taglio di Lucio Fontana su lamiera. (Domus 416, 1964)

Nel suo lavoro la luce artificiale ha un ruolo centrale, spesso accesa da colori intensi come il blu, il viola, il rosa e il giallo, e affiancata da materiali industriali come acciaio, specchi, vetro stampato e perspex, scelti perché riflettono la luce e le permettono di dare forma allo spazio. Primo esito di questa sperimentazione sono i lavori sui cronotopi, opere in vetro e luce che indagano il rapporto tra spazio e tempo e la cui poetica verrà sintetizzata ne Il Manifesto cronotopico del 1964.

Nel 1964 Gio Ponti pubblica su Domus 414 il progetto di casa “Uno scarabeo sotto una foglia”, scrivendo che il progetto può essere liberamente utilizzato. Nello stesso anno il collezionista d’arte contemporanea, il geometra Giobatta Meneguzzo, decide di far costruire la casa a Malo, in provincia di Vicenza. In collaborazione con Gio Ponti, Nanda Vigo progetta gli interni che devono ospitare la collezione. Sperimenta qui l’uso di piastrelle bianche come rivestimento delle pareti, che ripete nella casa museo del pittore Remo Brindisi a Lido di Spina (Ferrara) tra il 1971 e il 1973.

Casa “Uno scarabeo sotto una foglia” a Malo (Vicenza), la casa ha un piano interrato che accoglie la maggior parte della collezione a cui si accede da una scala ricoperta di moquette a pelo lungo grigia, in primo piano a destra un’opera di Enrico Castellani. L’illuminazione è continua a parete. (Domus 482, 1970)

Nel design ha progettato soprattutto per le aziende dell’illuminazione come Arredoluce, ha progettato arredi su misura per case e showroom e ha collaborato con Driade e Glass Italia, tra gli altri.

Ha esposto in più di 400 mostre nel mondo, inclusa la partecipazione alla Biennale d’Arte di Venezia del 1982. Ha ricevuto il New York Industrial Design Award del 1971 per la lampada Golden Gate, il primo premio Saint Gobain per il design nel 1976, il primo premio Koiné per l’allestimento della mostra di Piero Manzoni a Palazzo Reale nel 1998 e il Compasso d’Oro per le mensole Light/Light nel 2001, tra gli altri.

Ha dichiarato che tutto sommato ha sempre preferito l’arte all’architettura e al design perché nell’arte ci sono meno limiti e la libertà di espressione è sempre stata per lei irrinunciabile.

A cura di Domus - © Editoriale Domus S.p.A.

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